Combattere la nostalgia di un paese smemorato.

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di Marco Bentivogli Segretario generale Fim Cisl
Siamo alle soglie di un nuovo fascismo? Le grida di allarme si moltiplicano, e non senza qualche fondato motivo. Ma la parola “fascismo” è troppo logorata da usi strumentali e impropri per non renderci guardinghi, soprattutto se brandita da una sinistra stanca, pigra e ritualista.

E tuttavia – come già detto – l’allarme è fondato, innanzitutto per le manifestazioni di disprezzo per le regole e i costumi della democrazia liberale (l’unica che conosciamo), evidenti nelle parole, nei comportamenti e nello stile del “capitano” Salvini, ma anche (e in forme forse più pericolose) nella cultura di fondo del Movimento 5 Stelle (l’ossessione per il controllo dei media, l’ansia di avere esponenti “fedeli” un po’ in tutte le sedi istituzionali, l’inquietante declinazione della cosiddetta “democrazia diretta”, eccetera). Il tutto è aggravato dalla quotidiana esibizione di incompetenza e faciloneria, disinvoltamente coperte dal richiamo al fatto di essere stati “eletti”. Purtroppo gli “al lupo, al lupo” del collettivo #derivautoritaria e #attaccoallacostituzione che bollavano qualsiasi tentativo di riforma, oggi depotenziano l’allarme e l’urgenza di reagire a questi rischi reali.
Purtroppo il contesto nel quale si dibatte il nostro malandato Paese non è dei più confortanti. Quanti cercano qualche sponda per tentare una reazione efficace e capace di futuro, brancolano nella nebbia. Dov’è l’Europa? Quali appigli – e dove – ci offre per ricostruire un paese con un maggiore humus civico e democratica e socialmente forte e credibile? Per ora nessuno. Ancor più oscuro appare l’orizzonte oltre l’Europa: pensiamo alle inquietanti leadership di grandi potenze come gli USA, la Russia, la Cina; al trionfo di destre apertamente autoritarie e reazionarie come quella di Bolsonaro in Brasile; alla catastrofe di regimi liberticidi sedicenti di sinistra, come in Venezuela e Nicaragua (chi ricorda l’impegno di molti di noi per il “compagno” sandinista Ortega, oggi degenerato ad autocrate corrotto?)… e via lamentando.

Eppure ci incombe l’urgenza di un forte impegno ricostruttivo. Ricostruttivo di una politica vera, efficace, razionalmente condivisa. Ricordando Max Weber, il grande sociologo ed economista tedesco morto nel 1920, Massimo Cacciari (intervista su “doppiozero.com” del 28-01-2019) così si esprime: “Il ‘tipo ideale’ del politico è chi formula fini ‘economicamente’ raggiungibili, chi si distingue dal profeta e dal demagogo, chi dispone, sì, di un carisma, ma collegato alla sua razionalità finalizzata” (cioè alla razionalità che presiede al raggiungimento dell’obiettivo). Da sottolineare: né profeta, né demagogo, ma razionale perseguitore di fini raggiungibili.
Non è una proiezione utopica. Materiale ed energie per la ricostruzione di una politica vera – democratica, partecipata, solidaristica – ci sono, frutto di una storia non breve, fatta di vittorie e sconfitte ma comunque produttiva di non effimeri avanzamenti. Serve allora attivare la memoria, sottraendone l’utilizzo a stanche liturgie commemorative per porla alla base di un grande rinnovamento politico, che non parte da zero ma sa rimettere in funzione il retaggio di un passato ancora vivo e operante.

Di questo passato, sia consentito riportare alla memoria un episodio esemplare, nel quale furono protagonisti due personaggi che ci sono particolarmente cari: Pierre Carniti ed Ezio Tarantelli. La storia è nota. Agli inizi degli anni ’80 l’inflazione viaggiava al di sopra del 20%; nel 1981, come contributo a rallentare il ritmo inflazionistico, Pierre Carniti fece propria la proposta di Tarantelli di predeterminare i punti di contingenza in relazione a un tasso programmato di inflazione. Ciò avrebbe comportato un limitato rallentamento della scala mobile, che alla fine si concretizzò – quando la proposta divenne decreto del governo Craxi – in un taglio di quattro punti. La misura contribuì ad avviare un percorso di rallentamento dell’inflazione. Come è noto, il decreto (detto di “San Valentino”, 14 febbraio 1984) fu aspramente osteggiato dal Partito comunista, dalla maggioranza della Cgil e da ampia parte della sinistra, ma alla fine uscì vittorioso dal referendum abrogativo promosso dal Pci.
Purtroppo quella vicenda ebbe una vittima (un martire) illustre: il 27 marzo 1985 Ezio Tarantelli, che era stato additato come “nemico del popolo” da una parte della sinistra, veniva assassinato dalle Brigate rosse. Ciò tuttavia non inficiava, anzi esaltava il valore emblematico di quella scelta, esemplarmente politica: un atto di coraggio, di lucidità razionale (riconoscimento che occorreva voltare pagina, non adagiarsi sui riti familiari ma aggredire le nuove, inedite situazioni, magari rinunciando a comode certezze e abitudini, del tipo “la scala mobile non si tocca”). Fu dunque una scelta – per riprendere la suggestione di Cacciari – non di profeti, né di demagoghi, bensì di leader razionali tesi a realizzare un obiettivo realistico e positivo per il bene comune.
È questa tensione razionale, questa volontà costruttiva che ha animato – e che vorremmo animasse ancora – il meglio delle forze popolari e democratiche del nostro paese. L’energia che le ha sospinte non è esaurita, è tuttora viva e operante, anche se un po’ smarrita. Ha sostenuto – ad esempio – tutto il lavoro che il mondo sindacale ha compiuto dal dopoguerra ad oggi attraverso quel grande strumento di politica razionale – orientamento all’obiettivo – che è la contrattazione. Ha animato quel mondo di impegno che vive nelle mille forme dell’associazionismo. Ha dato frutti non effimeri in una legislazione ricca e progressista, anche se non sempre attuata con la dovuta efficacia e coerenza. Ha sviluppato un mondo dell’informazione multiforme, sofisticato e pluralista, che non a caso i nuovi governanti (5 Stelle innanzitutto) vorrebbero azzoppare e – se possibile – rendere ubbidiente e funzionale ai propri intendimenti.

Dunque, gli anticorpi per difenderci dal “fascismo” – comunque dall’involuzione autoritaria delle nostre istituzioni democratiche e dall’arrogante prevaricazione dell’incompetenza e dell’approssimazione – ci sono. La memoria serve appunto a questo: attualizzare e rendere operanti le risorse accumulate in decenni di lotte e realizzazioni concrete, per costruire attraverso il consenso e il confronto pluralistico un futuro ragionevolmente prospero e solidale.

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