Del Febbraio ‘74 è rimasta viva la Paolina cultura delle opere

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Ho sempre qualche resistenza a ricordare i momenti importanti della mia vita, perché seguo da sempre la regola degli antichi greci, per cui “dimenticare è restituire agli dei, e restare liberi per altri loro doni”.

 

Il guaio è che Febbraio ’74 è stato e rimane importante non solo per me, ma per tanti altri, che l’hanno vissuto e poi visto da angoli visuali diversi; e specialmente per il significato che esso ha avuto per tanti protagonisti di allora e di oggi: la comunità ecclesiale di Roma, la DC romana, il Vaticano, il volontariato spontaneo ed organizzato, l’associazionismo di vario tipo. Ed è il suo valore collettivo e polimorfo che desta ancora molta curiosità. Riesco quindi a capire le frequenti domande a “tornarci su”; sono passati quarantacinque anni ma si vede che quei giorni non erano da restituire agli dei.

Ed allora riprendo il filo dei ricordi, partendo dalle emozioni personali. Io nel ’74 avevo 42 anni; lavoravo ormai da 20 anni, fra SVIMEZ e CENSIS; avevo un buon nome in campo socioeconomico (fra il ’70 e il ’71 noi CENSIS avevamo “scoperto” l’economia sommersa); ero presente 2-3 volte a settimana in convegni e seminari. Ma non avevo mai fatto presenza nel mondo ecclesiale, nazionale e romano.

Essere chiamato ad aprire il grande Convegno della comunità ecclesiale romana mi prese quindi di sorpresa: a fare – o imporre – il mio nome furono Don Clemente Riva e Don Luigi Di Liegro che frequentavo da tempo per altri motivi (il primo è stato il “prete di famiglia” fino alla sua morte). Poletti, cardinale vicario, non fece obiezioni e si fidò; eppure non sapeva nulla di me, tanto che quando andò a presentare il programma dei lavori a Paolo VI, questi domandò: “dei due relatori, Don Riva lo conosco da anni, ma questo De Rita chi è?”, Poletti dovette rifugiarsi in una frase apparentemente folle (“è padre di otto figli”) che pure risultò efficace.

E così mi preparai all’emozione di parlare ad un San Giovanni gremito di 5000 persone, un evento, per me reso “storico” non tanto per la rivelazione di Poletti (“Lei è il primo laico che parla in Basilica dopo Federico Barbarossa”) quanto piuttosto perché tutta la mia storia personale fino ai 30 anni era passata intorno e dentro la basilica (i bombardamenti del ’43, il gruppo dei ragazzi del dopoguerra, i primi amori, le battaglie a barattoli d’acqua addirittura nelle navate interne, ecc.).

Ammetto oggi di averne un ricordo ancora emozionato. Ed ammetto che non ho mai riletto il testo della mia relazione, da allora depositato nello sterminato archivio del CENSIS. Ma ne ricordo perfettamente la tesi e il senso: Roma era prigioniera di un andamento a forbice della dinamica sociale; dove i ricchi diventavano sempre più ricchi mentre i poveri diventavano sempre più poveri. Profeta antitempo delle attuali mode sulle diseguaglianze sociali crescenti?

Ho voluto concedermi questo amarcord non tanto per senile narcisismo quanto piuttosto perché mi permette di segnalare due circostanze di notevole importanza socioeconomica e sociopolitica: la prima riguarda il fatto che l’istituzione ecclesiastica per la prima volta si rivolse a due relatori “di fuori via” (Don Riva e me stesso) rinunciando all’abituale riferimento a più paludati accademici universitari; oggi suona meno strano ma allora fu una rottura. E la seconda circostanza importante è che tutta la tensione culturale del Convegno fu gestita da quattro persone (Riva, Di Liegro, Tavazza e me stesso) che avevano cultura di movimento più che istituzionale. Paradossalmente dei quattro il più istituzionale e freddo ero io, furono gli altri tre a dar spazio ai momenti di calore intellettuale ed umano.

Ed in effetti, dopo la grande scena in basilica, io scomparii dallo svolgimento del Convegno, che – su spinta di Di Liegro e Tavazza – si articolò per due giorni in incontri (allora si usava il termine assemblea) in ogni luogo adatto dei dintorni, e ognuno pieno di centinaia di persone. Ne ho viste tante in vita, ma l’intensità di partecipazione (nei contenuti come negli atteggiamenti) di quei giorni io non l’ho più rivista nei decenni successivi (e non solo nella comunità ecclesiale romana).

E con questo ricordo di quei giorni mi ritrovo a certificare tre cose “fredde”: una gerarchia ecclesiale che si fidò di intellettuali non codificati; un’impostazione cultuale centrata sulla crescita delle diseguaglianze nella composizione sociale della città; ed una massa di migliaia di persone che per due giorni fece convinta e calda partecipazione. Se qualcuno farà la storia della “Chiesa che è in Roma” sarà affascinato, credo, proprio da queste tre caratteristiche, da questi tre significati.

Qualcuno si domanderà cosa successe “dopo”. Con migliaia di persone che avevano animato le assemblee, io (almeno personalmente) non ho avuto più rapporto. Di noi che avevamo organizzato il tutto so che ognuno di noi riprese la sua strada: io tornai al CENSIS; Tavazza tornò all’ENAOLI; Poletti andò alla Presidenza della CEI, lanciando il Primo grande Convegno ecclesiale su Evangelizzazione e Promozione Umana dell’Ottobre ’76 (dove mi volle ancora come relatore); Don Riva diventò Vescovo di Roma Sud; Di Liegro si rigettò nella Caritas.

Ed è proprio Don Luigi che portò avanti l’eredità del Febbraio ’74; ma secondo la sua pastorale vocazione che lo portava a privilegiare non le parole, specie d’assemblea, ma le opere (la mensa a Colle Oppio, il ricovero notturno a Via Marsala, e tanto altro ancora).

E così da ultimo rimasto di quello straordinario gruppo mi piace pensare che del Febbraio ‘74 sia rimasta viva la Paolina cultura delle opere.

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Giuseppe De Rita (Roma, 27 luglio 1932) è un sociologo italiano. Nel 1954 si laurea in Giurisprudenza e dal 1955 al 1963 è funzionario, con Giorgio Ceriani Sebregondi, della Svimez (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno), di cui dirige la sezione sociologica dal 1958 al 1963. Nel 1964 è tra i fondatori del Censis (Centro studi investimenti sociali), di cui è stato consigliere delegato per dieci anni e poi segretario generale dal 1974, diventandone, infine, Presidente nel 2007. È stato presidente del Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) dal 1989 al 2000. Svolge intensa attività di pubblicista, è editorialista del Corriere della Sera e partecipa ai più importanti convegni e dibattiti sulle condizioni e le linee di sviluppo della società italiana.

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