Fra crisi e opportunità riemerge il dibattito sul ruolo del sindacato

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Dopo la recessione tecnica 

Nelle previsioni dell’Istat per il 2019, pubblicate a fine novembre e gravate da tutte le alee di una manovra non ancora ben definita con la controparte europea, l’occupazione era data ancora in crescita, con un tasso di occupazione prevedibilmente anch’esso in crescita, dato che la popolazione in età di lavoro si va ormai lentamente ridimensionando. Invece le retribuzioni reali erano previste in lieve calo, a fronte di un deflatore dei consumi delle famiglie ancora significativamente sotto il target del 2%. Dato l’attuale peggioramento della congiuntura e il suo prevedibile peggioramento, è però possibile che nell’anno l’occupazione cresca anche meno e i salari reali si riducano anche più del previsto. E proprio per questo, assai meno probabile è un aumento significativo dei prezzi, se non altro per il nuovo ridimensionamento di quello del petrolio. 

Oggi diverse fonti ritengono possibile una nuova recessione mondiale ed europea nel corso di quest’anno o nel 2020. In questa prospettiva, le preoccupazioni delle agenzie internazionali si appuntano sui rischi di un possibile mutamento in senso espansivo del paradigma di riferimento degli interventi delle autorità economiche nazionali e sovranazionali, insoddisfatte dei discutibili risultati delle politiche di austerità e pressate dalle manifestazioni di piazza e dal montare delle opposizioni sovraniste e populiste. 

Se guardiamo ai dati, il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha perso circa il 9% dal 2007 al 2012; poi, un poco alla volta si è ripreso, riguadagnando (terzo trimestre 2018) circa 5 dei 9 punti perduti. Ma, in assenza di politiche fiscali davvero espansive – tanto contrarie al destino di stagnazione cui sono condannati da quasi tre decenni i salari reali dei lavoratori italiani quanto assenti dal DNA dell’attuale governo dell’economia europea –, è molto difficile che la ripresa del 2013-2018 possa continuare negli anni a venire e le famiglie possano quindi finalmente tornare ai livelli di reddito pre-crisi. E’ questo il motivo per cui il Sindacato deve attrezzarsi unitariamente per un franco e continuo confronto sulle politiche economiche, a livello tanto nazionale quanto europeo. 

Quale politica di bilancio, quale deficit? 

Fare investimenti, di cui l’Italia ha estremo bisogno, e aumentare al contempo l’avanzo primario è impossibile nel breve periodo, a meno di non tagliare drasticamente la spesa corrente. Ma anche questo è impossibile se non con esiti drammatici. I dipendenti pubblici, che nel 1994 erano il 16,5% dell’occupazione, sono già caduti a meno del 13,6%, e il loro lavoro è parallelamente sceso dal 29,5 al 24% del costo del lavoro complessivo. L’invecchiamento della popolazione fa crescere la spesa per le pensioni, la sanità e l’assistenza agli anziani, mentre l’accelerazione delle innovazioni tecnologiche e organizzative connesse con la digitalizzazione dei processi produttivi richiede forti investimenti da un lato in istruzione, formazione e ricerca e dall’altro in servizi di sostegno dei disoccupati e ricollocazione dei lavoratori spiazzati. 

Per rispondere in modo ragionevole a questi vincoli è necessario ribaltare il problema: non è la bassa crescita a dover imporre vincoli alla spesa corrente, ma è una spesa corrente socialmente ed economicamente incomprimibile che deve porre precisi obiettivi al livello minimo di crescita economica necessario ad accomodarla. Questo ribaltamento della prospettiva richiede la riforma non solo della politica economica italiana, ma anche del Fiscal Compact europeo, la cui ratifica nella legislazione comunitaria è stata recentemente bocciata dal Parlamento europeo. 

Tra l’altro, poiché l’andamento problematico dei mercati internazionali richiede il rafforzamento dei mercati interni, e quindi un modello di sviluppo trainato in misura crescente dai salari, il rapporto debito/PIL si può ridurre solo con investimenti – privati o pubblici – che aumentino il PIL e accrescano redditi e occupazione. Il problema non è il disavanzo, ma cosa esso finanzia. E’ tempo che Italia ed Europa riconoscano esplicitamente che l’austerità espansiva non funziona e che molto più sana è la tradizionale “regola aurea” della politica di bilancio, che richiede nei momenti di recessione di mantenere il pareggio per la spesa corrente ma, all’opposto, di sostenere anche in disavanzo la crescita, la qualità infrastrutturale e la competitività del Paese con gli opportuni investimenti pubblici in infrastrutture, conoscenza e innovazione. 

Crisi sociale, classe media e “classe colta” 

L’aumento senza precedenti della disuguaglianza dei redditi va di pari passo con il progressivo impoverimento della classe media, costituita in larga maggioranza da lavoratori. Stretta nella morsa tra la stagnazione salariale e l’abbattimento del carico fiscale sulle classi di reddito più elevate (che si è spostato su quelle intermedie), la classe media è la gran perdente degli ultimi trent’anni. Il problema sarebbe già di per sé gravissimo, perché proprio la classe media costituisce il baricentro e il punto di tenuta della società. Ma è ancor più grave perché la scommessa “mercatista” del modello neoliberista, la promessa di uno sviluppo più forte e di più occupazione attraverso la sottrazione dell’economia alla guida e all’intervento diretto dello Stato e il suo affidamento ai mercati, interno e internazionale, e all’autonoma capacità di sviluppo delle imprese, è andata evidentemente perduta. Bisogna avere finalmente il coraggio di dirlo forte. 

Invece dello sviluppo abbiamo avuto l’effetto Piketty: un tasso di profitto superiore per decenni al tasso di crescita del reddito, grazie anche allo sviluppo del settore finanziario. Quando l’economia si comporta in questo modo la ricchezza affluisce verso l’alto (specie se accompagnata da politiche fiscali generose con chi ha di più) e le disuguaglianze crescono di conseguenza, contrariamente alla lettera e allo spirito della nostra Carta costituzionale. Per tornare all’affluenza relativamente ben distribuita del Trentennio Glorioso e alla piena occupazione bisogna invertire il modello di sviluppo, tornare a un intervento pubblico innovato, intelligente – se vogliamo a uno sviluppo “4.0” – ma sostanziale. E’ possibile e sensato tentare di farlo a livello nazionale? 

Molte sono le cose che si potrebbero fare per ridurre il debito se nel Paese si creasse un dibattito franco e autorevole sul tema, libero da osservanze politiche ed economiche. Da troppo tempo, però, l’informazione vive nel nostro Paese una degradante condizione oligopolistica e di legame stretto con partiti e potentati economici, che tarpa e svilisce il dibattito sulle idee, sulle culture e sulle politiche, per concentrarlo sulle persone e sulle bandiere. Nel dibattito economico si può portare ad esempio che per molti anni in diversi importanti mezzi di comunicazione c’è stato un vero e proprio veto, non solo alla presentazione del giusto spettro di posizioni sullo sviluppo e il progresso economico e sociale (che permane tuttora in modo disgustoso), ma addirittura a singole parole ritenute pericolose, quali ‘politica industriale’ o ‘macroeconomia’. Non ci si può poi lamentare dei risultati. 

La responsabilità è certamente di quella che John Maynard Keynes, padre appunto della macroeconomia, definiva la “classe colta” (che in buona parte coincide con la classe media), ridicolizzata e marginalizzata da decenni di cattiva politica e da chi deteneva il controllo dei mezzi di informazione, che ha operato (e ancora opera) una selezione unidirezionale delle posizioni da presentare al pubblico, lasciando che tutto il resto, dalle voci di opposizione più serie e fondate sino ai deliri delle fake news, della disinformazione e dell’incultura di massa, sopravviva sì ma marginalizzato e indistinguibile nell’amalgama informe proposto ogni istante dalla rete. L’informazione “liberata” online, priva dell’esercizio di una qualunque funzione pedagogica (in senso lato) e della capacità di diffondere vera conoscenza, di creare vero apprendimento, non poteva che produrre disinformazione di massa, antipolitica e anticultura, analfabetismo funzionale. 

Il problema era già stato intravisto da decenni, ad esempio da Bengt-Åke Lundvall, il teorico dei Sistemi nazionali di innovazione e della learning economy, che proponeva un netto rafforzamento della coesione sociale e un ruolo attivo delle parti sociali nella protezione della qualità dell’informazione e della conoscenza, vera materia prima dell’attuale fase dello sviluppo, e nella creazione della società dell’apprendimento, ovvero del requisito per l’aggancio del sistema produttivo all’economia della conoscenza. Ma in Italia questo, che resta il tema centrale dell’unico possibile modello di sviluppo, è ancora oggi argomento vietato: l’appartenenza deve fare premio sulla cultura e sulla conoscenza, perfino sulla verità; la bandiera è più importante del potere di modificare le cose a vantaggio di tutti. Valga tra gli altri l’esempio della bocciatura da parte del Parlamento di Strasburgo dell’inserimento del Fiscal Compact nella legislazione europea. 

Gli italiani soffrono nelle strette di una manovra economica per metà utopistica e per l’altra metà più avara e densa di incognite delle precedenti, lamentando la crudele severità dell’Eurogruppo; ma nessun giornale si degna di dire a chiare lettere che i meccanismi automatici di correzione da attivare in caso di deviazione dagli obiettivi stabiliti non sono una norma europea, e che la Commissione Economia e Finanza del Parlamento Europeo non solo ha rifiutato la canonizzazione del Fiscal Compact, ma ha anche sottolineato la necessità di una diversa politica fiscale che, oltre a preoccuparsi della stabilità, rimetta al centro della discussione europea lo sviluppo, il lavoro e la crescita. Qualcosa che è oggi più che mai necessario e che darebbe spazio di manovra anche al Governo italiano nella negoziazione con un’Europa ormai in palese difficoltà. Evidentemente ci sono interessi che orientano le forze politiche e comandano i mezzi di comunicazione di massa, bloccando la cultura, la conoscenza, l’apprendimento e con essi la libertà di discussione e le possibilità di sviluppo del Paese. 

Un nuovo modello di sviluppo: economia mista, conoscenza e concertazione 

Sul tema del cattivo risultato del ritiro dello Stato dall’economia, e sulla crisi sia economica che sociale che ne è l’esito intollerabile, credo sia necessario riferirsi da un lato ai lavori di Paolo Leon e dall’altro a quelli di Mariana Mazzucato. Come detto, l’Italia ha fatto con l’Europa sin dalla fine degli anni ’80 una grande scommessa ‘mercatista’, di devoluzione di potere e risorse dallo Stato al mercato e alle imprese. In Italia, e forse nell’intera Europa, la scommessa è andata innegabilmente perduta, come dimostrano i problemi sociali e politici montanti un po’ ovunque. Il mercato e le imprese non si sono dimostrati all’altezza della sfida; non perché siano in sé “cattivi”, ma perché l’idea neoliberista alla base della scommessa è sbagliata. Non si può chiedere al mercato e alle imprese di farsi carico della responsabilità del bene comune. Non è questo il loro compito, anche se è da esso che traggono la loro sopravvivenza in salute e ad esso possono certamente dare un contributo locale. 

Come suggerisce Paolo Leon, mercati e imprese sono “ignoranti”, nel senso che non conoscono e non si curano delle conseguenze delle loro azioni sul benessere collettivo, o almeno sul benessere di coloro che non sono prossimi alla loro influenza diretta; né si può far loro colpa di questo. E, sottolinea Mariana Mazzucato, nel perimetro del loro disinteresse (o della loro “ignoranza”), ricade anche l’incapacità di finanziare investimenti significativi in progetti di ricerca di base, di istruzione di massa, sanità o protezione sociale rivolta alle aree meno sviluppate, che costituiscono tutti investimenti ‘pazienti’, che portano risultato solo a lungo termine, e non nel breve orizzonte temporale della gran parte dei progetti imprenditoriali. 

Il problema è politico, perché la progettazione di una nuova e duratura fase di sviluppo sociale capace di superare questa “ignoranza” di mercati e imprese richiede l’uscita dello Stato dall’instabile morsa della finanza privata internazionale, e quindi un nuovo modello di economia mista (non di “economia sociale di mercato”), fondata sulla conoscenza e capace di far crescere una società dell’apprendimento, di ideare e realizzare il progresso economico e sociale anche a fronte di governi instabili e di mercati dei capitali volatili. 

In Italia l’affidamento dell’economia ai mercati e alla libera iniziativa delle imprese, nazionali ed estere (almeno in parte legato a una troppo solerte accondiscendenza ai disegni di un’Europa condizionata dall’asse tedesco-francese), ha portato alla rinuncia per interi decenni di un autonomo e coerente piano di sviluppo industriale del Paese, capace di individuare gli interessi prevalenti del popolo italiano, di dialogare con l’Europa da posizioni se non di forza almeno non di debolezza, e di immaginare e progettare un futuro del nostro cammino desiderabile per molti, se non per tutti. Un impegno di questa natura non può che avere una prospettiva di lungo termine e un carattere bipartisan, al di sopra degli interessi immediati delle forze politiche di governo e di opposizione. Ma la qualità molto modesta, personalistica, scomposta e rissosa che la politica italiana ha assunto dopo la triste stagione di tangentopoli ha prevalso su ogni possibile disegno di più ampio respiro. Di questo paghiamo oggi e pagheremo ancora a lungo le conseguenze. 

In questa situazione i sindacati confederali hanno coraggiosamente proposto unitariamente al governo una piattaforma di politica economica del tutto condivisibile. Si tratta di un documento molto ampio e ancora non organizzato come un vero e proprio documento strategico, ma che mira, attraverso politiche per lo sviluppo e la crescita dell’economia reale, a recuperare un modello di società coesa e solidale. Certo, a chi ha seguito l’evolversi delle relazioni industriali in Italia dagli anni ’80 ad oggi desta un po’ di malinconia che il sistema delle relazioni industriali non sia riuscito a mantenere nel tempo le due sessioni annue di concertazione della politica dei redditi previste dal Protocollo del ’93 – una pratica che, facendo tesoro della lezione di Ezio Tarantelli, avrebbe indubbiamente aiutato la politica economica del nostro Paese a mantenere una rotta di sviluppo di medio-lungo periodo più coerente e meno influenzata dal “cortotermismo”, dal localismo e dagli elettoralismi della politica, dalle leggi ad personam, dal compiacimento immediato dei poteri forti. 

La piattaforma unitaria torna a presentare il sindacato confederale come un attore di primaria importanza nella definizione almeno degli obiettivi di politica economica. Questo è indubbiamente un grande merito, di cui non c’è che sperare che il governo tenga il debito conto, anche ai fini di un’azione più incisiva per la riforma della governance economica dell’Europa e dell’euro.

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