Gli anni Settanta del ‘900: anni di sangue e di nuovi germogli.

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Gli anni ’70 In Italia rappresentano un periodo storico che fa da spartiacque tra tradizione e modernità, in cui è stata forte la tensione tra vecchio e nuovo, individuo e collettivo, e dove coesistono impegno e riflusso, speranza e disillusione. E’ stato un decennio di contraddizioni, di sommovimenti e di cambiamenti, di violenza distruttiva ma anche di coraggiosa costruzione del nuovo.

E’ un’epoca di contraddizioni in cui alle crisi e ai problemi emergenti si contrappongono gli anticorpi di un tessuto sociale ricco di energie che pur faticando a fare “massa critica” emergono poi in superficie come fiumi carsici per affermarsi e legittimarsi, taluni nel decennio successivo, come lo è stato il fenomeno del volontariato e del Terzo settore.
Gli anni ’60, quelli del boom economico e del movimento del ’68, si chiudono con attese di benessere e di modernizzazione ma anche con la paura di un cambiamento che non può attendere. Nel passaggio al nuovo decennio ha inizio la “strategia della tensione”, annunciata dalla strage di piazza Fontana (dicembre 1969) e continuata con quelle di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus del 1974, fino alla strage di Bologna del 1980, mentre è senza precedenti la violenza politica giovanile, innescata dal “Movimento” del 1977 degli studenti dei grandi atenei trasformati in luoghi di aggregazione di migliaia di giovani, sospesi fra precarietà dello studio e del lavoro. Essi si sfogano con una “violenza che nasce al confine fra frustrazione e disperazione” per la perdita di fiducia nel futuro, elemento essenziale, invece, della generazione del ’68 in ribellione contro la società del benessere. I giovani del ’77 si rivoltano contro la società del malessere, la mancanza di prospettive. «Prevale il nihilismo, seppur mascherato da allegria», con spinte all’autodistruzione – comincia a diffondersi il consumo di eroina – e alla distruzione, come dimostra il flusso di giovani verso le Brigate Rosse e altre organizzazioni violente. Questo “brodo di coltura” ha contribuito ad alimentare gli “anni di piombo” che culminano con l’«assalto al cuore dello Stato» attraverso l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta (1978) e si arrestano poco dopo la metà degli anni ‘80.
Paradossalmente proprio l’anno del movimento di protesta degli studenti è anche quello che segna il “riflusso” e il prepotente ritorno del “privato”, della ricerca di evasione nell’edonismo consumistico e nella «dolcezza di vivere» (boom delle discoteche e della disco-music), fenomeni che sembrano contrastare la forte politicizzazione precedente (“tutto è politica”).
La politica inizia invece la sua lunga crisi, non rappresenta più le attese del nuovo mentre cadono le ideologie che generano disaffezione per i partiti, e quindi, per la partecipazione politica con un ripiegamento nel privato e la perdita di fiducia in valori come lo sviluppo, il progresso e la crescita, mai seriamente messi in dubbio prima. D’altra parte a far cadere le illusioni di un profondo rinnovamento della politica concorre l’affermazione della partitocrazia con l’occupazione del potere nell’industria di Stato in un regime di inefficienza e di spreco. La “razza padrona” dei manager dell’industria di Stato è portata a legittimarsi con indebite erogazioni di denaro ai partiti. I numerosi scandali delle tangenti – da quelle petrolifere, alla Lockheed e all’Italcasse – rivelano un salto di qualità della corruzione, mentre la lottizzazione delle migliaia di cariche di nomina pubblica nella RAI, alle Regioni e nelle nascenti USL determina il prevalere delle logiche del centralismo partitico e del governo spartitorio. Il sopravvento della partitocrazia incide sulla crisi e sull’indebolimento delle istituzioni. Per fronteggiare l’emergenza del terrorismo e l’instabilità politica, acuita dall’avanzata elettorale delle sinistre, i due partiti maggiori raggiungono un accordo con il «compromesso storico» che prevede l’appoggio esterno del partito comunista ai governi democristiani. Ma accanto ai fenomeni degenerativi di una crescita di aspettative, frustrate da una società che faceva fatica a cambiare, il decennio è percorso da alcuni importanti fenomeni che andavano controcorrente e si connotavano come le “gemme terminali” di una nuova primavera.
Pur in un proscenio non favorevole il decennio è stata una stagione fertile per i diritti civili e le riforme in campo sociale e sanitario, grazie anche alla “maggioranza legislativa” che si viene a costituire in Parlamento, sopravanzando quella governativa, inaccessibile al principale partito di sinistra. E’ il decennio in cui si ha la legalizzazione dell’obiezione di coscienza che ha scosso l’intangibile istituzione militare perché “l’obbedienza non è più una virtù”, per citare la famosa frase di Don Milani; la legge sul divorzio e il referendum confermativo, seguita dal nuovo diritto di famiglia (L. 151) e dall’istituzione dei Consultori familiari; l’introduzione della democrazia nelle scuole con i decreti delegati; la riforma del sistema carcerario; il superamento dell’ospedale psichiatrico e l’attivazione di servizi di salute mentale sul territorio con la legge ispirata da Basaglia (L. 180); la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Sul piano politico-istituzionale va menzionata la nascita delle Regioni, mentre su quello del Welfare la territorializzazione dei servizi e il superamento degli enti nazionali d’assistenza nonché l’istituzione del sistema sanitario nazionale. Queste riforme si affermano dentro un humus favorevole al cambiamento sociale sollecitato dai nuovi movimenti della società civile, da quello femminista – l’unico a sopravvivere dei movimenti precedenti – al volontariato che si andava rafforzando ed estendendo.
Il decennio ha visto infatti salire anche la tensione tra la «grande intensificazione dei meccanismi individuali di promozione» (reddito, istruzione e consumi) e il contemporaneo «sviluppo di solidarietà collettiva», rappresentato da un volontariato che si organizza e crea le condizioni dello sviluppo del Terzo settore. La stessa Chiesa postConciliare di Paolo VI rinnova la propria pastorale con la nascita della Caritas (1971) che ha il compito di sviluppare una carità coniugata con la giustizia (“perché non sia dato per carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia”) e la promozione umana. Essa contribuì con la figura di Mons. Giovanni Nervo a orientare la storia moderna del volontariato italiano. Insieme a Luciano Tavazza – padre del volontariato moderno, cioè non di singole persone ma di gruppi organizzati e orientati a incidere sulle politiche sociali del Paese anticipando il principio di sussidiarietà orizzontale – proprio all’inizio degli anni ’70 essi promossero un volontariato di partecipazione dei cittadini rompendo i confini e superando gli steccati “ideologici” tra volontariato laico e cattolico. Entrambi, pur ferventi cattolici, credevano che il volontariato dovesse abbeverarsi di tutti i filoni culturali che credevano nella centralità della persona ed erano convinti che l’adesione ai principi costituzionali – fino ad allora poco attuati – come quelli che richiamano il dovere di solidarietà (art. 2) e l’uguaglianza non solo formale dei cittadini (art. 3), giustificasse un impegno politico del volontariato per la costruzione di una società più equa e solidale.
Un evento segna l’alba della storia moderna di un volontariato di partecipazione – oggi si direbbe di cittadinanza attiva – e risale al famoso convegno ecclesiale di Roma del febbraio 1974 che si è occupato della condizione sociale delle borgate romane e che costituì una chiara denuncia dei mali di Roma dando voce a centinaia di persone che nella capitale volevano in qualche modo cambiare una situazione di arretramento sul piano dei diritti sociali e del governo della città.
Il convegno del febbraio 1974, di cui ricorrono in questi giorni i 45 anni, ha avuto una carica movimentista frutto di una partecipazione organizzata da Luciano Tavazza che ha sperimentato una grande palestra di volontariato collettivo, fenomeno che a quell’epoca non era ancora definito nei suoi termini culturali e strutturali. Si può datare proprio al febbraio 1974 il lancio politico del volontariato collettivo, cioè di una consapevole partecipazione dei cittadini che ebbe proprio su Roma una catena di effetti socio-politici importante.
Da quell’evento partì anche l’idea di riunire per la prima volta i gruppi di volontariato di tutto il Paese (Napoli, 1975) per definire identità, missione e visione del volontariato che troverà successivamente momenti organizzativi e strumenti per divenire un soggetto di interlocuzione con le istituzioni, a partire dalla fondazione del Movimento per il Volontariato Italiano (1978). Tavazza e Nervo, e poi anche M. Eletta Martini, intendevano farne un universo unitario e consapevole della sua soggettività politica, attraverso momenti di riflessione a livello nazionale (i grandi convegni di Viareggio e Lucca e di Paestum nel Mezzogiorno), proprie rappresentanze e una propria legge di riconoscimento, con l’obiettivo di promuovere una diffusa consapevolezza di essere forza di costruzione di Welfare e di cambiamento del Paese oltre che generativa della solidarietà diffusa e disseminata in tante altre componenti del Terzo settore che una recente legge (L. 106/2016) riconosce come un universo fondamentale per lo sviluppo delle politiche sociali e della cultura democratica e della cittadinanza attiva.

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