Il coraggio di rileggere il passato.

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Fino alla pubblicazione di “Spingendo la notte più in là” di Mario Calabresi nel 2007 (opera assolutamente necessaria) la narrazione sugli anni di piombo era stata costruita esclusivamente attraverso la voce dei terroristi, le loro ragioni e le motivazioni ideologiche che hanno innescato un agire politico imperniato sulla violenza, fisica e concettuale.

Di nuovo, negli ultimi giorni, a ridosso dell’arresto di Cesare Battisti, il dibattito su quegli anni si è inevitabilmente riacceso. Tanto si è detto. Forse anche troppo e spesso senza abbandonare canoni di ragionamento ormai consumati. Senza provare a individuare altre prospettive di lettura e di analisi su quei fatti.

Parto dall’assunto che per quanto io sia personalmente coinvolto, ed abbia raccontato di mio padre in un libro e in documentario, non credo che la narrazione sulle vittime e sulle loro famiglie, per quanto dovuta, sia sufficiente.

Il mondo di oggi non è quello di quarant’anni fa. La globalizzazione, i social media ci restituiscono scenari completamente diversi da ciò che era già mutato radicalmente con la caduta del muro di Berlino e la fine dei totalitarismi. Viviamo un mondo decisamente diverso, un Paese radicalmente diverso, che deve trovare la forza di approntare una nuova narrazione collettiva per rimarginare una ferita mai rimarginata del tutto.

Siamo stati tutti vittima di un trauma profondo che per troppo tempo si è deciso di non affrontare e che ci restituisce, nella generale rimozione, solo qualche fermo immagine e delle istantanee sbiadite della violenza di quegli anni. È in questo quadro che “Spingendo la notte più in là” di Calabresi costituisce un balsamo dalle proprietà fino d allora sconosciute: resta l’unica opera capace di fornire alla società italiana un’altra prospettiva sulla stagione della lotta armata.

Oggi, allora, ritengo doveroso raccogliere la sfida di riuscire a realizzare un salto in avanti collettivo su quel periodo. Per raccontare a noi stessi e alle nuove generazioni le straordinarie battaglie che sono state condotte nell’ottica di costruire un Paese migliore, più moderno, giusto. Sono stati anni di partecipazione, di grandi passioni, di grandi idee e di grandi cambiamenti. Si pensi alle conquiste sindacali, a quelle del movimento femminista, alla lotta per la casa, alla nascita del movimento ambientalista. Senza dimenticare il fondamentale contributo del Pci nel sostegno alle istanze sociali e operaie.

A quel  manipolo di intellettuali che oggi (auspico con onestà e non per personale visibilità) invocano l’abolizione delle carceri o l’amnistia dico: nessuna amnistia, nessuna amnesia. Il rispetto per il nostro dolore comincia dalla giustizia. Ma non da una giustizia sommaria, bensì da una giustizia equa e garantista, che punisca i colpevoli per quello che meritano. Ma allo stesso tempo voli più alto restituendo alle vittime e alla società la loro dignità di uomini e donne. Ricostruendo la loro eredità intellettuale ed umana. Facendo un’opera di memoria storica contro l’oblio e l’indifferenza cui questa stessa società sembra di averli gettati. (“Il sonno della ragione genera mostri” diceva Francisco Goya). Si tratta di una sfida ormai ineludibile. Perché un paese che rinuncia a fare i conti con il proprio passato non può costruire nessun futuro.

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