Il ritorno (atteso) della recessione.

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L’arrivo, atteso, della recessione tecnica per l’Italia ha rinnescato un deprimente gioco a scarica barile tra governo da una parte e Pd e le altre opposizioni, dall’altra. Certo, il comportamento mediatico dei leader del M5S e Lega ha certamente avuto un’incidenza negativa sulle performance economiche italiane nella seconda metà del 2018. Come pure ha avuto conseguenze negative la scomposta forzatura degli irrealistici obiettivi di deficit coerenti con il Fiscal Compact, sebbene il dato programmatico per il 2019, previsto al 2,4% del Pil nella Nota di Aggiornamento al Def di ottobre scorso, è stato poi ridotto, a colpi di spread, al 2%.

Non ha neppure aiutato l’economia reale, negli ultimi due trimestri dello scorso anno, lo scenario programmatico di finanza pubblica definito per il 2020 e 2021: apre una voragine di incertezza, in quanto è totalmente insostenibile e impraticabile, poggiato su clausole di salvaguardia fuori scala, impossibili sul piano politico, sia sul versante degli aumenti Iva e accise, sia sul versante di corrispondenti tagli di spesa in funzione sostitutiva dei programmati aumenti di imposte. Infine, è evidente che, nel contesto della recessione/stagnazione appena registrata, sarebbe necessario correggere la manovra di finanza pubblica approvata a fine Dicembre: non nel senso indicato dalla Commissione europea, ma in senso opposto, attraverso l’innalzamento degli investimenti pubblici, in piccole opere, in particolare nel Mezzogiorno.

È tutto vero. Ma chi ha un minimo di onestà intellettuale e di buon senso economico, sa bene che, per quanto negativi, gli effetti sulla seconda metà del 2018 di un governo insediatosi a inizio giugno dello stesso anno, non possono che essere marginali, come soltanto marginali potrebbero essere le ripercussioni positive di una modesta revisione in senso espansivo del quadro di finanza pubblica. Lascio stare le favole dell’expantionary fiscal contractions e quelle delle mitiche “riforme strutturali”.

La questione di fondo è un’altra che, per diffusa inconsapevolezza sia nell’establishment politico che mediatico, per ottusità degli interessi economici più forti o per mal calcolata convenienza elettorale di breve periodo, si ignora. In sintesi: l’economia italiana, come sempre da due decenni, si muove in stretta sincronia con l’economia dell’eurozona, con un differenziale negativo di circa un punto percentuale (Grafico, fonte Ref, Gennaio 2019): quando è iniziata la ripresa nell’area euro, dovuta sostanzialmente al quantitative easing della Bce, l’Italia è ripartita, seppur a minor velocità; quando, come negli ultimi trimestri, la nostra area monetaria rallenta fino alla stagnazione, l’Italia segue con maggiore sofferenza e cade sotto zero.

Il nodo da affrontare, allora, è l’impianto istituzionale e l’assetto strutturale della politica macroeconomica dell’Unione europea e, in particolare, dell’Eurozona, come sono scolpiti nei Trattatti e nello Statuto della Bce e come rigidamente praticati, anzi incardinati nella storia e nell’identità collettiva dei Paesi core del continente, a partire dalla Germania. Il nodo da affrontare è l’estremismo mercantilista Made in Germany. Invece, si persevera nella polemica elettorale, ieri chi stava all’opposizione verso chi allora era al Governo, oggi stesso schema a parti invertite. Si continua a rimuovere che il mercato unico europeo l’euro, in quanto ispirati dal mercantilismo estremo, quindi fondati sulla svalutazione del lavoro, determinano in via fisiologica carenza strutturale di domanda aggregata interna. Il meccanismo gira fintanto che esiste, altrove, una adeguata domanda da conquistare. Nei decenni alle nostre spalle, fino all’autunno 2007, la finanza allegra (ricordate i mutui subprime?) ha dato la possibilità alle classi medie e finanche ai working poors dall’altra sponda dell’Atlantico di fare, per noi e i cinesi, i consumatori di ultima istanza. Quando il debito privato delle famiglie americane è arrivato al 130% del Pil, il meccanismo si è inceppato: l’impoverimento diffuso, ha portato, dopo il tentativo estremo di Obama, all’arrivo di un Presidente come Trump che, comprensibilmente dal suo punto di vista, prova a proteggere le sue classi medie attraverso i dazi. Si insiste a considerare una “canaglia” il Presidente degli Stati Uniti, mentre le risposte protezionistiche sono l’inevitabile prodotto del nostro mercantilismo estremo.

In tale contesto, le raccomandazioni di policy sono semplici: è necessaria una inversione a “U”, sia nella regolazione delle relazioni tra i mercati nazionali dell’Ue e dell’eurozona, sia nella rotta di politica macroeconomica dominante. Il disegno della soluzione è facile: lasciare la strada dell’estremismo mercantilista e imboccare la via della domanda interna: un keynesismo ecologista, un programma, coordinato, di green new deals. Il dramma è che le condizioni politiche per avviarli non esistono. Ma non si tratta di accidenti congiunturali. I Trattati europei e la moneta unica sono figli desiderati del paradigma ordoliberista e degli interessi economici da esso sostenuti, innanzitutto le imprese esportatrici e la finanza. Sono frutto meditato e programmato, espressione di profonde ragioni culturali e linguistiche e sentimenti storicamente radicati. Pertanto, a impedire l’aggiustamento minimo richiesto per la sostenibilità economica e sociale è la Storia che, come ha ricordato qualche giorno fa Galli della Loggia a proposito del Trattato Franco-Tedesco di Aquisgrana, non è acqua.

Senza ripartire dalla Storia, ossia da un’analisi fondata della realtà, continuiamo a ballare le musiche elettorali a bordo del “Titanic Europa”.

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