Lo sport che non unisce più.

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Stadio Olimpico di Roma, 12 gennaio 2019. Si gioca una partita di poca importanza, Lazio-Novara di Coppa Italia; lo stadio non è gremito. Da una delle curve un gruppo non numerosissimo ma non trascurabile di spettatori lancia slogan antisemiti e antiafricani. L’arbitro non lo sente, gli altri spettatori non ci fanno caso, lo spettacolo va avanti. La Lazio vince facile.

Lasciamo da parte per il momento gli slogan antisemiti, ci torno alla fine. Ma mi affascina quello slogan, “Questa Roma è come l’Africa”. Allo stadio, “Roma” non vuol dire la città (che in effetti sempre più scivola verso il “terzo mondo”), ma l’altra squadra cittadina; tempo fa i tifosi laziali cantavano un’allegra canzoncina sull’aria di un successo di Edoardo Vianello – “siamo la Roma, ‘na squadra de negri….” Il paradosso è in quel momento che gli unici neri in campo – il difensore angolano Bartolomeu Jacinto Quissanga detto Bastos, il mediano belga-congolese Jordan Zacharie Lukaku Menama Mokelenge Lukaku, l’attaccante ecuadoriano Felipe Salvador Caicedo Corozo – vestivano la maglia della Lazio.
Questo ci dice qualcosa sulla struttura mentale del razzismo. Ai tempi della schiavitù, gli schiavi “pericolosi” erano sempre quelli del vicino, mai i propri. Nel sistema segregato in vigore fino a mezzo secolo fa negli Stati Uniti, i contatti fra bianchi e neri erano permessi a condizione che avvenissero in termini di servitù o subordinazione: un nero poteva viaggiare nelle carrozze riservate ai bianchi, se era il domestico di un viaggiatore bianco. La proprietà e il potere svolgono una doppia, contraddittoria e complementare funzione: da un lato, si fondano sul colore (sei schiavo e sei servo perché sei nero), dall’altro lo rendono invisibile (sei servo mio quindi non sei veramente nero: lo schiavo e il servo non esistono come persone ma solo come estensione della soggettività del padrone). Perciò il fatto di fare il tifo per i neri Bastos, Caicedo e Lukaku non entrava in contraddizione con l’atto di inveire contro i neri in generale.
Ricordo un Lazio-Napoli ai tempi in cui di giocatori neri in Italia ce n’erano pochi. Ogni volta che toccava la palla Jarbas Faustino detto Cané, attaccante brasiliano la del Napoli, i tifosi laziali si scatenavano nel verso nella scimmia. Ogni volta che la toccava Aron Winter, mediano surinamese-olandese della Lazio, facevano lo stesso quelli del Napoli. Il “negro” è sempre il “negro” degli altri, mai il mio. Il 26 dicembre 2018 è successa la stessa cosa a San Siro: i tifosi dell’Inter lanciavano violentissimi “buuu” (che stavolta si sono sentiti perfettamente) allo stopper senegalese Kalidou Koulibaly del Napoli, e non vedevano nessuna contraddizione col fatto che di neri ce n’erano almeno in campo almeno altri tre – il difensore ghanese Kwadwo Asamoah, l’attaccante portoghese-angolano João Mário Naval da Costa Eduardo, l’attaccante senegalese Balde Keita – con la maglia nerazzurra. Quelli non contano, quelli sono nostri, li abbiamo comprati. Salvo che non facciano fino in fondo quello per cui li abbiamo comprati: dopo qualche partita deludente, i tifosi organizzati della Lazio hanno scoperto che un loro ex-idolo, il serbo Sergej Milinkovic-Savic, è “zingaro”.
Non è vero, dunque, che il razzismo si fonda sulla non conoscenza. Nella misura in cui la conoscenza è filtrata dalla disuguaglianza, il paternalismo verso i neri domestici conosciuti non è in contraddizione con il disprezzo verso i loro simili in generale. Il fatto di conoscere e applaudire il senegalese Balde Keita non impedisce di pensare che il senegalese Kalidou Koulibaly sia una scimmia (specie se è lì per impedire al senegalese nostro di fare gol). La generalizzazione, lo stereotipo, funzionano solo in una direzione: se un africano restituisce un portafogli pieno di soldi trovato per strada, è una brava persona; se un africano commette un reato, sono tutti criminali.
Visto che la conoscenza e l’esperienza personale diretta non contano, allora il razzismo può essere anche del tutto astratto: non ha bisogno della presenza dell’”altro” per radicarsi nelle coscienze e manifestarsi. In quella partita di Coppa Italia, non solo non c’era nessun nero nella squadra avversaria in campo, gli slogan si rivolgevano a una squadra che in quel momento non c’era proprio. Il che ci rimanda agli slogan antisemiti: non solo non c’era nessun nero nel Novara ma, che io sappia, non c’è nessun ebreo né nel Novara, né nella Lazio, né nella Roma.
L’antisemitismo è il grado zero del razzismo, il suo zoccolo duro: nessuno può essere razzista senza essere antisemita (l’eventuale simpatia politica per Benjamin Netanyahu non c’entra: lui è “nostro”, un’estensione dell’Occidente in partibus infidelium. Almeno finché sta al suo posto e tiene gli arabi al posto loro). Perciò può esistere, ed è esistito (per esempio, in certi paesi di “socialismo reale”) un antisemitismo senza ebrei, grado estremo del razzismo astratto. Le tifoserie sono uno specchio esemplare di questo fenomeno. Da sempre, tifosi laziali e romanisti si palleggiano la parola “ebreo” come se fosse un insulto. Ricordo un derby Lazio-Roma in cui a un infame striscione laziale (qualcosa come “Auschwitz è la vostra casa”) i romanisti rispondevano prendendosela col rabbino capo di Roma, “Toaff boia”. Di recente, all’immagine di Anna Frank in maglia giallorossa hanno risposto i volantini con la scritta “Israele Lazio Napoli stesi colori stesse bandiere”.
In Olanda, esiste un antisemitismo da stadio contro l’Ajax – ma in questo caso un rapporto storico fra la società e la comunità ebraica esiste davvero. A Roma invece l’antisemitismo da stadio è splendidamente astratto. Non esiste nessun rapporto fra la comunità ebraica e le società calcistiche (salvo le sacrosante e vane proteste contro le manifestazioni di razzismo), e per quello che se ne sa gli ebrei che seguono il calcio si dividono più o meno come il resto della città. Peraltro, in questo palleggiamento razzista nessuna delle due parti sembra attribuire all’altra nessuno dei tratti dello stereotipo antisemita: laziali o romanisti non sono “ebrei” perché accusati di essere, mettiamo, “avari”, ma semplicemente perché sono. Il che non significa che non siano pronti a sputare a un ebreo o menare a un “negro” se capita. O sprangare un napoletano.
Un’annotazione: tutti i razzisti sono antisemiti ma non tutti i razzismi sono identici. I tifosi non protestano quando la loro squadra ingaggia un giocatore africano (fanno eccezione quelli del Verona, che nel 1996 impediscono l’arrivo del surinamese-olandese nero Mickael Ferrier); ma nel 1986 l’Udinese ha dovuto rinunciare a ingaggiare l’attaccante israeliano Ronny Rosenthal per le proteste preventive dei loro sostenitori. A questa gente l’ebreo, reale o immaginario, sembra più pericoloso, meno asservibile, dell’africano. Quando la Lazio ingaggiò Aron Winter, apparvero sui muri di Roma scritte “Winter raus” – lo rifiutavano non perché era nero ma perché il suo nome li aveva indotti a credere (peraltro erroneamente) che fosse ebreo. Chissà che avrebbero fatto se avessero saputo che il suo secondo nome era Mohamed.
Razzismo astratto e razzismo concreto non sono, naturalmente, incompatibili, anzi non esiste l’uno senza l’altro. Tuttavia svolgono funzioni distinte, per quanto intrecciate e indissolubili. Il razzismo “concreto” – la discriminazione, la violenza che colpiscono le persone – esprime il rifiuto della presenza dell’altro; il razzismo astratto, che di questa presenza non ha bisogno, esprime un’affermazione di presenza propria. I tifosi che danno dell’”ebreo” o del “negro” in quel momento non parlano tanto degli ebrei o dei neri, né della Roma o della Lazio, quanto di sé. Incerti su chi sono, inventano o identificano un bersaglio che gli permetta di dire quello che non sono, o che non credono di essere. Trovo meraviglioso che nella Roma di oggi i tifosi accolgano i napoletani al grido di “monnezza”.
Questa dimensione autocentrata del razzismo è facilitata dai cambiamenti nella gestione dello spazio. Frequento gli stadi da sessant’anni, e ricordo bene i tempi in cui i tifosi erano mischiati. Se andavi a vedere Lazio-Roma potevi trovarti seduto accanto a un romanista, perciò dovevi per forza prendere atto del punto di vista dell’altro: se il tuo centravanti cadeva in area e gridavi “rigore”, quello ti rispondeva “ma se non l’ha nemmeno toccato”. A volte litigavi, ricordo che c’era ogni tanto qualche scazzottata e tutti che si voltavano a guardare; altre volte ti veniva un dubbio. La separazione ha cambiato tutto: adesso se dici “rigore” tutti gli altri intorno a te ti fanno da coro, e se l’arbitro non te lo dà ti rinforzano la sensazione paranoica di essere vittima di qualche congiura e complotto. Non corri più il rischio di fare a pugni, non ci sono più le antiche invasioni di campo per protesta contro l’arbitro, ma la violenza è diventata peggiore. Quando i tifosi romanisti lanciarono il razzo che uccise Vincenzo Paparelli sapevano che sulla curva opposta c’erano solo “nemici”; non l’avrebbero fatto se fossero stati mischiati e avessero corso il rischio di colpire uno di loro. Spari nel mucchio perché sai che in quel mucchio non c’è nessuno che ti somiglia.
Il tifo organizzato e separato ha sancito ed estremizzato l’identità tribale autoreferenziale e quindi la dimensione astratta del razzismo e della violenza. Le invasioni di campo, gli arbitri assediati negli spogliatoi, scaturivano comunque da episodi della partita; gli scontri mortali fra tifosi per Napoli-Inter del dicembre 2018 avvengono fuori dello stadio e prima che la partita abbia inizio. Nel 2014, si gioca all’Olimpico la finale di Coppa Italia fra Napoli e Fiorentina. La Roma non c’entra, ma è un tifoso romanista che spara ai napoletani e uccide Circo Esposito. Così come l’esistenza stessa dell’altro non è necessaria per la mentalità razzista, anche la partita in sé, la presenza stessa della squadra avversaria, diventa non necessaria per gli scontri fra tifosi, la guerra è fine a se stessa.
Questo non significa che, come spesso si sente dire, “tutto questo non ha niente a che vedere col calcio”. Certamente esiste un tasso crescente di razzismo e violenza nella società; tuttavia, il calcio non è solo uno specchio di fenomeni più generali, ma uno dei meccanismi che contribuiscono a dargli forma e perpetuarlo, un volano che recepisce violenza e odio diffusi e li rilancia. A questo contribuisce il fatto che il tifo stesso è un’adesione identitaria senza contenuti: uno non è laziale o juventino o sampdoriano per qualche ragione inerente alla qualità della squadra (ormai lo sanno tutti che la Juventus è più forte; e la motivazione regionale o cittadina è sempre più debole), ma solo perché lo è. Il tifo astratto si intreccia con il razzismo astratto e genera una violenza astratta, letteralmente “senza causa”. Ma non senza effetti.

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