Difficile convivenza.

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Nessun uomo è clandestino. Sembrava un’ovvietà, ma questo principio inconfutatibile oggi risulta ai più uno slogan superato.
Rispetto alle immagini di Aquarius, della Diciotti e di Sea Watch il paese è spaccato.
Uomo nero o buon selvaggio?  Un dibattito senza soluzione, categorico e stucchevole.

Si respira un’ insofferenza profonda, esasperata dalla cattiva politica e dall’eco mediatico,che trova le sue radici in un sentir comune diffuso e trasversale. Poco spostano i richiami alla pietas e all’umanità.
Nelle grandi città, prendiamo a esempio Roma, dove la presenza di cittadini immigrati, richiedenti asilo e migranti economici in attesa di titolo di soggiorno è più marcata, l’irritazione è tangibile. Soprattutto nelle nuove periferie( costruite più per soddisfare gli interessi economici dei signori del mattone che il bisogno abitativo dei romani) dove tra trasporti pubblici inesistenti, carenza di servizi, incuria e degrado, la qualità della vita è sfibrante.
Uno stato dell’essere di frustrazione, insicurezza, paura, che si trasforma in fastidio, intolleranza e anche qualcosa di peggiore, che del modello Riace e delle sue icone non sa che farsene.

Secondo l’Istituto Cattaneo l’Italia è il paese europeo dove la percezione dell’immigrazione è più distorta da parte dell’opinione pubblica a fronte dei dati statistici che evidenziano il contrario. Secondo il rapporto Istat 2017 gli stranieri residenti in Italia sono 5.047.028 pari all’8.3% della popolazione di cui 1,5 milioni provenienti dall’ Ue e 3.5 milioni, il 5.8% extracomunitari. In Austria il dato si attesta oltre il 15%, in Germania supera l’11%.
A Roma gli stranieri residenti sono il 16.5% della popolazione (a Londra il 45%), e secondo la Cgil e le organizzazioni del Terzo Settore, gli stranieri in attesa di permesso di soggiorno o di titolo umanitaria circa 15.000 persone: nemmeno l’1% su 3 milioni di abitanti.
Si tratta di studenti universitari, richiedenti asilo, bambini e ragazzi non accompagnati o che arrivano con i genitori, persone in cerca di lavoro, famiglie che si ricongiungono.
Cittadini che nelle diverse condizioni personali, come i romani riscontrano nella quotidianità problematiche comuni: la mobilità, il costo degli affitti, la carenza dei servizi, la difficoltà nello svolgere pratiche amministrative e burocratiche. Criticità che diventano più acute per i richiedenti asilo e i rifugiati sperduti nelle maglie del percorso dell’accoglienza tra carenza di alloggi, scuole di italiano e residenza.
Per costruire una società accogliente e plurale, che non individui un nemico nel diverso, occorre restituire dignità e stabilità a una nuova Europa dei diritti. Sarebbe altresì imprescindibile una narrazione più veritiera del fenomeno migratorio.
Ma sono necessarie anche azioni concrete, per costruire risposte concrete ai bisogni delle persone.
Da dove partire nell’immediato? Calando il tema dell’immigrazione nel processo più ampio di ripensamento della città’, rigenerando gli  spazi urbani. Riducendo le distanze tra centro e periferia, abbassando l’impatto sociale dei migranti nelle borgate adottando politiche abitative adeguate, che rendano disponibili case e nuovi alloggi non solo nelle aree urbane ai confini della città. Modulando i numeri dell’accoglienza in funzione del tessuto urbanistico e socioeconomico di ciascun quadrante.
Solo così è possibile vincere la sfida della convivenza.

1 COMMENTO

  1. Ottima analisi, giusto il principio di una ditribuzione equilibrata nel territorio cittadino, anche se vedo una difficoltà obiettiva nel maggior costo delle abitazioni più centrali.

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