Ultrà

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«Che il mondo ultras mediti in silenzio, da “Spagna” a oggi di male in peggio: sporchi interessi e azioni infami sono lontani dai veri valori». Sono trascorsi solo quattro giorni dalla morte di Daniele Belardinelli, il responsabile del gruppo ultrà del Varese “Blood honour” schiacciato da un Suv durante gli scontri nel prepartita di Inter-Napoli del 26 dicembre scorso, quando al centro della curva della Cavese, formazione campana che milita in Lega Pro, si leva uno striscione tutt’altro che auto-assolutorio. «Da “Spagna” a oggi di male in peggio», ammoniscono i sostenitori della Cavese. Ricordano la larga adunata di buona parte degli ultrà italiani a Genova pochi giorni dopo la morte dell’ultrà genoano Claudio Spagnolo, detto “Spagna”, ucciso a coltellate dagli ultras milanisti il 29 gennaio del 1995 prima del fischio d’inizio di Genova-Milan.

«Basta lame, basta infami», recitava lo slogan del raduno, che mirava a ristabilire (o, a seconda dei casi, a ripristinare) le vecchie regole d’ingaggio interne alle tifoserie. Il tentativo, che all’epoca si rese necessario considerato che la violenza negli stadi toccò allora il suo apice, ebbe un esito misero. Impossibile mettere d’accordo piazze completamente diverse tra loro, per tradizione, orientamento politico e composizione sociale. Impossibile mettere da parte le vecchie ruggini.
Di lì ai primi anni duemila si assisterà allo sgretolamento della figura del leader in molte curve italiane. Gli storici gruppi ultrà che avevano segnato la nascita della sottocultura da stadio nei primi anni ’70, verranno soppiantati da nuove sigle. In molti casi autonome, contenute nei numeri e chiuse al proprio interno. A ogni episodio di violenza mediaticamente rilevante la politica e gli osservatori invocheranno il “modello inglese” e di conseguenza, le nuove leve, un po’ per moda giovanile, un po’ «per continuare a esistere», iniziano a ispirarsi alle bande hooligan d’Oltremanica («firm») spazzate lontano dagli stadi dalla dottrina Thatcher e confinate nei pub. Ci si picchia ancora in Inghilterra, ma lontano chilometri dal campo di gioco, dai riflettori delle tv a pagamento. «È il business del calcio moderno» amato dai presidenti delle società, detestato e combattuto dagli ultrà.
Ripiegati nei cassetti le sciarpe con i colori sociali e gli stemmi del gruppo, le «firm» per sfuggire al controllo della polizia utilizzano come tratto distintivo i diversi marchi dei capi d’abbigliamento “casual”: Lacoste, Polo, Lonsdale. Lentamente sarà così anche in Italia. Fu così anche per gli assassini di “Spagna”, che si soprannominavano “Gruppo Barbour”: indossavano tutti lo stesso giaccone.
La politica inizia a produrre un groviglio di provvedimenti speciali volti a reprimere il fenomeno (molti dei quali partoriti dai vari governi di centrosinistra) le società alzano i prezzi dei biglietti dei settori popolari oltre i 40 euro a partita, gli stadi iniziano a svuotarsi e specie nel primo decennio del 2000 si inasprisce lo scontro tra ultrà e forze dell’ordine. “I fedeli alla tribù” si sentono minacciati e da sottoculturale il fenomeno assume i contorni della controcultura. («Siamo emarginati? Si, estraniati da un contesto nel quale il sistema intero “se la canta e se la sona”», scriverà un ultrà romanista in una lettera pubblicata sul Guerin Sportivo all’indomani della morte di Gabriele Sandri, Ndr).
Alcune curve vengono permeate dall’affarismo, dalle sigle di estrema destra o dalla criminalità organizzata. Molte realtà, specie in provincia, riescono più facilmente a difendere i propri principi fondativi. Altre si rigenerano velocemente. Eppure la narrazione del fenomeno nel suo complesso da parte dei media generalisti è spesso sciatta e carica di pregiudizio, quasi sempre volta tratteggiare la figura del tifoso di curva come un emarginato, violento, assimilandola a quella di un soggetto incapace della benché minima elaborazione critica. Un atteggiamento che non aiuta i corpi sani del movimento ad aprirsi per avviare un’autocritica. Ogni realtà si chiude a riccio.
Così da “Spagna”, ultrà rossoblu e skinhead antirazzista (Sharp) al 39enne Daniele Belardinelli, soprannominato “Dede” (testa rasata pure lui, ma neofascista) di morti, negli stadi, ce ne sono state altre. Dal 1979 (quando il tifoso laziale Vincenzo Paparelli fu ucciso all’Olimpico da un razzo sparato dalla curva Sud romanista durante il derby del 28 ottobre) 17 persone sono scomparse a seguito degli scontri tra tifoserie.
Anche stavolta, probabilmente, il messaggio lanciato dagli ultrà della cavese non riuscirà a innescare un vero dibattito interno al movimento ultrà. Finora di segnali non se ne colgono. Eppure l’assist era stato ben eseguito.
«Occorre ragionare se non vogliamo essere spazzati via dalla repressione», sembravano voler dire i cavesi. Il fatto che gli stadi siano utilizzati da anni come laboratorio per la sperimentazione delle tecniche di repressione di massa, è ormai un dato consolidato. Un esempio? I lacrimogeni al Cs vietati dalla convenzione di Ginevra furono testati sugli ultrà prima di essere impiegati al G8 di Genova. E poi le misure di prevenzione comminate direttamente dalle questure prima dell’avvio del processo come il Divieto di accesso alle manifestazioni sportive (Daspo), introdotto per combattere i tifosi violenti negli anni ’90, oggi è uno strumento nelle mani dei sindaci per implementare il decoro cittadino.
«Oggi agli ultrà domani in città», recitava una campagna di controinformazione sul Daspo lanciata all’epoca dalle curve.
Un provvedimento ulteriormente inasprito dal decreto Amato, convertito in legge il 4 aprile de 2007. “Attualmente – spiega Lorenzo Contucci, avvocato specializzato in normative anti-violenza – l’articolo 9 vieta ai tifosi l’acquisto dei biglietti per i cinque anni successivi alla condanna del tribunale, anche se hanno già scontato il Daspo comminato dal Questore prima del processo. Ma il periodo di pericolosità sociale cessa alla scadenza del Daspo e il tifoso deve poter tornare allo stadio”.

A questa incongruenza si aggiunge il dettame dell’articolo 8: “Dopo la condanna – rileva il legale del foro di Udine, Giovanni Adami – anche se si è già scontato il Daspo, per tre anni non si possono acquistare abbonamenti o biglietti per le gare in trasferta, ma solo i tagliandi per le partite casalinghe. Insomma, si attribuisce al tifoso un’etichetta di pericolosità part-time: ogni 15 giorni”.
In questo quadro, arricchito da una vasta gamma di norme e regolamenti come le trasferte vietate settimanalmente dall’Osservatorio sulle manifestazioni sportive del Viminale, l’albo degli striscioni (naufragato come la tessera del tifoso), il codice di comportamento, il regolamento d’uso di ogni impianto sportivo (a Roma impone una multa e alla seconda sanzione il Daspo a chi insulta l’arbitro, gli avversari, o semplicemente non rispetta il posto indicato sul biglietto) si inserisce la recente proposta del ministro dell’interno Matteo Salvini di introdurre il “Daspo a vita” e conferire poteri simili a quelli delle forze di pubblica sicurezza agli steward pagati dalle società.
Come sempre accade dagli anni ’70 anche la proposta di Salvini prende le mosse da un grave episodio di violenza: oggi è la morte di Belardinelli. Dunque pochi giorni dopo aver partecipato alla festa della curva Sud del Milan e aver stretto pubblicamente la mano al leader condannato in primo grado per spaccio di droga («sono un indagato tra i tanti», ha scherzato Salvini) il ministro degli Interni ha annunciato l’ennesimo giro di vite. Se la proposta dovesse essere convertita in legge si tratterebbe del compimento del modello inglese.
Nel frattempo occorre ragionare su una contraddizione. Perché l’uomo che fa la guerra ai rom e ai migranti, che ha introdotto il reato di blocco stradale (punito fino a 5 anni di prigione se commesso da più persone) e che rischia di essere ricordato come il ministro degli Interni più repressivo della storia repubblicana si è dimostrato finora tra i pochissimi esponenti politici in grado di riconoscere pubblicamente anche il buono che alberga nelle curve, come in ogni altro contesto sociale? Perché lasciare a Salvini un primato che dovrebbe essere della sinistra?
In un contesto politico e sociale del Paese completamente mutato rispetto agli albori del movimento ultrà nel anni ’70, oggi le curve restano l’ultimo fenomeno giovanile di massa ancora vivo in Italia. Popolare e tutt’altro che monopolio della destra.
Scriveva nove anni fa Roberto Stracca sulle colonne del Corriere della Sera: «La curva non è un mondo perfetto. Tutt’altro. Fate l’elenco di tutti i mali contemporanei e ce li troverete. A cominciare, purtroppo, dalla droga. Dalle canne fricchettone degli anni Settanta alle pasticche sintetiche degli ultimi tempi: sono tutte passate dalla curva. Centro di affari diventato troppo grande perché la malavita ne potesse rimanere fuori. Ma, nonostante tutto, per migliaia e migliaia di ragazzi da Nord a Sud, l’iniziazione al mondo, la palestra di vita, l’apprendimento delle norme non scritte è stato su un muretto o su una balconata. Tra un fumogeno e un coro politicamente scorretto. Mandata in pensione la naja obbligatoria, adolescenti o post adolescenti hanno imparato la gerarchia e il rispetto dei più “vecchi” prendendo l’acqua su una gradinata o soffrendo fame e sete su un treno topaia al ritorno da una trasferta».

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