La fiducia si costruisce attraverso il collante generato dal capitale sociale

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“Chi è troppo curioso del passato rischia di diventare ignorante del presente” (Cartesio)

Premessa.

“Se io sposo la mia cameriera faccio diminuire il PIL”. Questa frase venne pronunciata da John M. Keynes a proposito del lavoro informale che viene svolto in ambito domestico, ma che non viene considerato nell’ambito della ricchezza prodotta in un determinato contesto. Questo lavoro, sempre più necessario a causa dell’invecchiamento della popolazione, dovrebbe emergere dall’informalità e generarsi anche in funzione della crescita economica complessiva. Se nel Novecento la nostra attenzione era focalizzata sulla tutela dei posti di lavoro, nel nuovo millennio dovremo concentrarci sulla tutela del lavoro in tutte le declinazioni che la società della conoscenza richiede. In questo senso il valore della persona, decisamente meno rilevante nel Novecento, diviene fondamentale nell’ambito della contrattazione collettiva.

Con la grande trasformazione del lavoro la spesa sociale novecentesca genera disordine.

In Italia la spesa pubblica destinata al sociale è dominata da quella previdenziale[1]. Si può affermare che le politiche pubbliche implementate durante i cosiddetti “trent’anni gloriosi”, quelli compresi tra il 1945 e 1975 definiti dello scambio fordista-welfarista, hanno caratterizzato per molto tempo anche i decenni successivi. La classe politica di quegli anni ha mediato la relazione tra capitale e lavoro riequilibrando il rapporto tra profitti e salari attraverso la tassazione da un lato, ma soprattutto la spesa pubblica dall’altro. Il welfare state è stata certamente la più grande conquista che i cittadini hanno ottenuto nel Novecento, ma oggi, senza un cambio di paradigma, sarà una delle cause che metterà in difficoltà le generazioni successive a quella dei baby boomers. Se per decenni la spesa sociale non coperta dallo stato è stata surrogata da quella famigliare non computata nel valore della produzione aggregata, in un futuro che è già presente la necessità di garantire una forma almeno parziale di universalismo si potrà ottenere solo mettendo a sistema risorse pubbliche e private intermediate.

Proprio la complessità sociale, che noi riteniamo possa essere scomposta in ambito territoriale riscoprendo il valore della comunità tanto cara ad Adriano Olivetti.

Il welfare concepito come strumento per vivere la propria individualità all’interno della comunità di appartenenza.

Il cambio di paradigma di cui abbiamo parlato precedentemente si può declinare mettendo a rete le imprese in un determinato ambito territoriale per gestire comunemente il welfare integrativo inteso in senso lato: formazione di base e continua, sanità, socio sanitario, previdenza, e servizi di conciliazione lavoro e famiglia. Nella nuova geografia del lavoro saranno le città e le regioni ad essere decisive per la creazione di valore aggiunto da redistribuire per valorizzare capitale sociale.

Per guardare al futuro con occhi nuovi sarà necessario considerare l’investimento in formazione di base e continua quale fattore strategico di crescita sia economica che sociale. Siamo convinti che si possa ambire a risultati di eccellenza attraverso infrastrutture nazionali? In termini generali la risposta non può che essere affermativa, ma poi dobbiamo pensare alle esigenze specifiche dei territori. Nell’ambito del long life learning le parti sociali hanno costituito una dozzina di fondi interprofessionali nazionali. In molti casi il finanziamento dell’attività formativa avviene attraverso bandi nazionali che non tengono conto delle diverse esigenze presenti negli ambiti in cui vengono calate. Il risultato è una bassa partecipazione alle attività formative e una conseguente perdita di competitività delle imprese.

Particolare rilevanza potrebbero avere anche i fondi di solidarietà nell’ambito delle politiche attive del lavoro che in Italia rappresentano un fattore grave di dispersione del capitale umano. Istituiti nel 2012 dalla nota riforma Fornero, sono obbligate al versamento le aziende con almeno 5 dipendenti. Ad oggi esistono solo 4 fondi: 2 di settore e 2 territoriali. La maggioranza delle imprese versa inutilmente i soldi al Fondo di Integrazione salariale presso l’INPS. L’esperienza della Provincia Autonoma di Trento conferma che i fondi territoriali, anche in questo ambito, ottengono risultati rispetto alle esperienze nazionali. Per un paese nel quale nei centri per l’impiego sono attivi solo 7.000 operatori a fronte dei 100.000 della Germania, se solo le parti sociali riuscissero ad essere efficaci, queste risorse potrebbero essere gestite decisamente meglio.

Da qualche anno la principale innovazione della contrattazione collettiva nazionale di settore si è esplicata con la nascita dei fondi nazionali di sanità integrativa. Se escludiamo alcune esperienze territoriali[2], i nomenclatori sono omologhi in tutto il territorio nazionale come se il paese avesse un’offerta pubblica identica dalle Alpi al Mediterraneo. La spesa pubblica nazionale aggregata è ferma da anni intorno ai 110 miliardi, mentre cresce costantemente quella out of pocket che ormai ha raggiunto i 38 miliardi. Proprio per intermediare quest’ultima sono stati regolamentati i fondi sanitari, ma ad oggi essi intermediamo circa 4 miliardi e la metà dei rimborsi afferiscono alla compartecipazione (ticket). Lo stato esenta fiscalmente sia la contribuzione che le prestazioni rinunciando a circa 4 miliardi di entrate. I nomenclatori nazionali contengono oltre la metà delle prestazioni riservate agli associati che sono duplicazioni dell’offerta pubblica. Se si optasse per la costituzione territoriale e interconfederale della sanità integrativa, le prestazioni sarebbero cucite su misura per le esigenze dei luoghi di riferimento viste le abissali differenze dell’offerta pubblica tra le diverse regioni.

L’ambito socio sanitario è destinato a generare volumi di attività sempre maggiori a causa degli effetti dell’invecchiamento della popolazione. In quella fase della vita il dramma dell’anziano verrà socializzato con un numero sempre inferiore di famigliari che da un lato dovranno mettere a disposizione tempo per l’attività di assistenza e dall’altro risorse economiche per pagare l’accompagnamento. Il tema della non autosufficienza non può essere affrontato con un fondo nazionale pubblico perché le risorse a disposizione sarebbero abbondantemente insufficienti e nel tempo diverranno risibili rispetto all’entità del fenomeno che si sarà determinato. Che fare allora?

Si potrebbero utilizzare una parte delle risorse accantonate presso i fondi di previdenza complementare: oltre 250 miliardi, ma purtroppo a tutti i 452 fondi pensione sono iscritti solo 7 milioni e 800 mila lavoratori, corrispondente al 27,8% degli occupati. Una parte di essi rinuncia ai versamenti: nel 2016 è stato così per quasi due milioni di iscritti. Ai 36 fondi negoziali sono iscritti 2.662.379 lavoratori per una massa amministrata corrispondente ad euro 46.832.381.523.

L’altro dato interessante è quello relativo alla destinazione totale degli investimenti: in Italia va solo il 37%, mentre il 63% è collocato in attività estere. Solo il 3,7% di tutti gli investimenti è destinata alle imprese in Italia. Se le parti sociali decidessero di destinare alla tutela della non autosufficienza il 5% delle somme amministrate, disporrebbero di oltre 2,3 miliardi che potrebbero essere destinati ad una specifica copertura ai seppur pochissimi iscritti. I vantaggi sarebbero evidenti: agli aderenti potrebbe essere garantito un servizio nel caso dell’insorgenza della patologia e quella parte di economia informale, così diffusa nel settore, emergerebbe aumentando il gettito fiscale e contributivo. Naturalmente non sarebbe trascurabile l’impatto sul PIL come suggeriva Keynes.

Anche in questo caso l’efficacia di una scelta di questo genere potrebbe essere decisamente maggiore se i fondi fossero territoriali per tutti i settori produttivi: si eviterebbe la mortalità delle posizioni per il cambio del settore o dell’impresa garantendo la continuità dei versamenti nel tempo. Inoltre, anche aumentando il numero degli iscritti sul totale degli addetti come l’esperienza del Trentino Alto Adige dimostra[3].

In una società che invecchia come la nostra la produttività aumenterebbe anche per effetto di buoni servizi di conciliazione lavoro-famiglia. In generale dobbiamo registrare che in questo ambito è stato fatto troppo poco e anche la detassazione dei premi di produttività potrebbe essere destinata almeno parzialmente a questi scopi. L’Italia si caratterizza per avere imprese molto piccole e i piani di welfare aziendali efficaci sono quasi esclusivamente appannaggio delle unità produttive di dimensione maggiore. Lo schema CCNL – integrativo aziendale non può essere applicato in questo ambito alla generalità delle imprese italiane.

Se invece il legislatore intervenisse nuovamente per favorire la contrattazione territoriale finalizzata all’aumento della produttività ottenuta attraverso le reti si otterrebbe l’aumento della fidelizzazione aziendale per le persone che non sarebbero più costrette a dimettersi per assistere i famigliari e la generazione di nuove attività economiche nei servizi offerti. Il beneficio lo otterrebbe anche l’erario che avrebbe la possibilità di reinvestire le maggiori risorse a disposizione per migliorare i servizi offerti alla popolazione.

Di fronte alla domanda di protezione generata da società invecchiate, il welfare del futuro dovrebbe essere ricontestualizzato nei termini di un’infrastruttura sociale capace di mettere a valore le relazioni sociali che rimangono essenziali per gestire i bisogni della popolazione. Questa infrastruttura si può generare solo nell’ambito della dimensione comunitaria.

Conclusioni: le relazioni industriali efficaci si otterranno solo riformando la rappresentanza.

In Italia le parti sociali, vere o presunte non si contano più. Rispetto al Novecento la rappresentanza, soprattutto dell’impresa, ma anche del lavoro nell’ambito dei servizi pubblici, ha visto proliferare le sigle e conseguentemente i contratti collettivi di lavoro. Il legislatore è intervenuto con provvedimenti tampone come quello nell’ambito dei servizi pubblici a rilevanza economica, ma non ha fatto il passo successivo in una chiave più generale.

Le parti sociali stesse non sono riuscite per ora ad implementare un sistema efficace di autoregolamentazione e oggi assistiamo alla proliferazione contrattuale senza avere strumenti efficaci per contrastarla. Per anni anche le più buone intenzioni contrattuali hanno subìto il veto della minoranza nelle relazioni tra i soggetti della rappresentanza collettiva. Chi si è opposto spesso per anni all’innovazione del modello contrattuale dopo che l’Italia era entrata nell’euro ha concorso al crollo dei salari reali che l’ISTAT definisce sostanzialmente fermi al 1993.

Servono regole per rendere efficaci i negoziati a tutti i livelli, ma anche una drastica riduzione dei contatti collettivi nazionali attraverso la realizzazione di un progetto che permetta al livello prossimo ai produttori di creare quel valore aggiunto che, a sua volta, permetta di aspirare ad una nuova prosperità condivisa.

Conclusioni.

Adriano Olivetti aveva capito che era necessario imboccare una terza via nel rapporto privo di relazione partecipata tra stato e mercato. In una fase storica prodromica all’espansione economica degli anni ’60 del secolo scorso, quella che ha permesso la creazione della classe media più ampia della storia, immaginava uno sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione del territorio e delle comunità di persone che lo abitano. In altre parole la valorizzazione del locale nell’ambito di una prospettiva globale.

La lunga crisi di sistema e non ciclica di questi ultimi anni ha provocato sofferenze diffuse, sfiducia nel futuro, nelle istituzioni e, anche se non ce ne rendiamo conto, nelle parti sociali.

Un futuro diverso dal presente è ancora possibile. La speranza non è morta e il desiderio non è ancora appassito. Il treno della storia sta passando davanti ai nostri occhi. Proviamo a non perderlo: il PIL può crescere anche con le attività delle colf e per attualizzare il pensiero di Keynes, con le badanti.

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NOTE

[1]La spesa è composta al 61% per pensioni, al 24% per la sanità e solo il 15% è dedicato alla protezione sociale intesa in senso lato.

[2]Ad esempio Sani-fonds in Alto Adige e Trentino e Saninveneto in Veneto.

[3]Ai fondi gestiti nell’ambito del sistema Pens Plan aderiscono circa 231.000 lavoratori corrispondente ad oltre il 50% della popolazione attiva della regione.

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