La strategia della tensione

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Il ghetto di San Ferdinando, a Rosarno, è ancora li. Ci vivono gli immigrati che per pochi euro raccolgono frutta nei campi. Le cronache raccontano di sfruttamento, di caporalato, di schiavi ammassati come bestie, senz’acqua, senza elettricità, senza niente: un ghetto, appunto.


Il Cara di Castelnuovo di Porto, invece, nonostante tutto, non era un ghetto e, anzi, le cronache raccontano che chi era costretto lì dentro stava comunque integrandosi nella vita di quel paese nelle campagne a nord di Roma. La storia di Anszou Cissè – giovane calciatore ospite del Cara e stella della squadra di calcio di Castelnuovo – valga per tutte. Insomma, qualcosa sembrava funzionare per il verso giusto. Il Cara di Castelnuovo di Porto, però, è stato chiuso. I migranti sono stati divisi in gruppi e portati altrove. Alcuni di essi finiranno per essere inghiottiti dalla strada. Qualcuno nei pressi della stazione Termini, a Roma; altri chissà dove. Insomma, si è deciso di smontare qualcosa che stava funzionando mentre altrove i ghetti resistono indisturbati.
La sensazione è che che, in chi governa, persino il razzismo più che un tratto ideologico sia soprattutto uno strumento utile per costruire le condizioni per provare a consolidare un potere in senso sempre più autoritario. E questa sensazione s’è fatta sempre più netta dopo la storia di Castelnuovo. Se infatti l’obiettivo fosse davvero la sicurezza, esperienze come quelle di Castelnuovo verrebbero sostenute, non chiuse. Ma non accade. Al contrario, attraverso lo smantellamento di ciò che produce integrazione, si creano le condizioni per l’aumento della insicurezza poiché, lo si voglia o meno, spingere persone sul margine della società è un favore che si fa soprattutto alla criminalità, e ciò produce di norma un aumento della sensazione di insicurezza nei cittadini i quali chiederanno una ulteriore sterzata securitaria a quello stesso governo che in precedenza aveva posto le basi perché l’insicurezza aumentasse, quasi come si trattasse di una replica in sedicesimo della strategia della tensione.
Allo stesso tempo, l’indicazione di un nemico – i migranti, le ong, i buonisti, chiunque sia diverso, chiunque la pensi diversamente – favorisce il consolidamento di un consenso che si fa sempre più personale e meno politico. E questo libera sempre più le mani di Salvini o di chi arriverà a raccogliere ciò che Salvini sta seminando.
Non è già tecnicamente fascismo, ma ciò che aspetta l’Italia potrebbe somigliargli molto da vicino.

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