L’economia, imprescindibile.

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Il capitalismo, lo diceva Keynes, è “moralmente disgustoso”. E tuttavia vince.
Vince perché moltiplica la produzione di merci a mezzo di merci. Nell’ultimo ventennio – nonostante la pausa del 2009 seguita alla crisi Lehman, evitabile – il Pil del mondo è cresciuto quasi del 4% l’anno, più che raddoppiando. Il progresso è stato inferiore solo al record (5%) del 1950-1973. Si è concentrato in Cina e India. Ha quindi abbattuto la povertà estrema da 2,4 miliardi a 700 milioni di abitanti della Terra. La prospettiva è di ulteriore crescita, sul 3,5% l’anno. Basterebbe a creare occupazione, nonostante ICT, rivoluzione digitale, industria 4.0.

Almeno due grandi questioni tuttavia si pongono.
Gli Stati Uniti sono, e si sentono, sfidati: non più dalla Russia, dal Giappone, dall’Europa, ma dalla Cina. Nella produzione la Cina li ha superati e sempre più li distacca. La Cina dispone ancora di un quinto della forza-lavoro sottoccupata in agricoltura, trasferibile a industria e terziario, più produttivi. Trump è sulla difensiva. Reagisce con azioni e soprattutto con minacce. Sostiene la propria economia, con investimenti pubblici in infrastrutture e tenendo a freno il rigore della Fed. Ha degli argomenti quando ventila il protezionismo di fronte al dumping sociale cinese, allo smodato neo-mercantilismo tedesco, alla svalutazione competitiva dell’euro irritualmente cercata dalla BCE. Ventila, perché il livello dei dazi mondiali è salito di pochi decimali e resta sui minimi storici (3%). Ma Trump è in stridente contraddizione quando blocca l’immigrazione dal Messico mentre spinge la domanda globale, avendo già il pieno impiego all’interno…

Il secondo problema è che l’espansione mondiale del prodotto, pur cospicua, può risultare insufficiente a lenire i tre mali del capitalismo. L’iniquità, l’instabilità, l’inquinamento s’inaspriscono. La loro cura richiede risorse, non “decrescita serena”. L’inadeguatezza dei mezzi è palese nelle economie più avanzate, dove il debito pubblico è alto e la crescita metà della media mondiale.

Si pensi alla questione ambientale, la più grave. Il tempo s’è fatto breve, e l’indispensabile cooperazione internazionale, a cominciare proprio da Stati Uniti e Cina, latita. Secondo le stime di Lord Stern e di Nordhaus il mondo dovrebbe investire fino a due punti di Pil all’anno nell’arco di un quarantennio per raffreddare il clima. L’intera crescita di Nord America, Europa, Giappone verrebbe allora assorbita dall’investimento a questo primario fine. Un’opportunità, ma anche un onere. Potrebbe non restare margine per maggiori consumi, privati e sociali, per altri investimenti, per perequare i redditi, per contrastare nuove crisi, reali e finanziarie.

In Occidente i salari operai e i redditi piccolo-borghesi hanno ristagnato, compressi dalla concorrenza cinese. Al tempo stesso gli immigrati, sebbene restino sul 3% della popolazione mondiale, stentano a trovare occupazione, l’antidoto al vagabondaggio e alla delinquenza che terrorizzano gli occidentali. Sono riemersi per queste due semplici ragioni demagogia, antipolitica, sovranismi: un riflusso reazionario, di destra, negli USA, in Francia, Regno Unito, Spagna, Germania, Svezia, Italia, per non dire dell’Est d’Europa.

Il caso europeo è assurdo. L’area dell’euro avrebbe potuto e potrebbe crescere di più, almeno di un punto percentuale all’anno. In vent’anni, ai prezzi attuali e cumulativamente, si sono dissipate risorse non lontane dai 2mila miliardi di euro. Perché?
Il problema non è l’euro. L’euro ha assicurato scambi più intensi, prezzi stabili, tassi d’interesse contenuti. Il problema, oltre che in una dinamica della produttività strutturalmente mediocre nonostante il digitale, è consistito in un vuoto di domanda globale. Lo testimoniano, nell’area, il tasso di disoccupazione elevato e l’avanzo con l’estero. Lavoro e capitale non sono stati pienamente utilizzati. Non servono né un grande bilancio comunitario né un unico ministro delle finanze, un tedesco ordolibelare per giunta…

Cruciale è appunto la Germania, la cui economia rappresenta quasi un terzo del Pil dell’Euroarea.
La Germania ha tagliato le opere pubbliche, ha volto in surplus il bilancio, ha lasciato crollare l’investimento complessivo rispetto al risparmio nazionale. Ha quindi ceduto risorse reali all’estero spingendo fino a 300 miliardi di dollari (8% del Pil) l’avanzo commerciale. E’ così arrivata ad accumulare crediti netti verso non residenti pari a 2mila miliardi di dollari. Vi corrisponde la posizione debitoria degli Stati Uniti, del resto dell’euroarea e segnatamente di Francia, Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo. L’Italia è pareggiata sol perché la domanda interna è debole.
Altro che piani “B” sull’euro! Nel nome di un’Europa unita fra pari andrebbe chiarito per quali ragioni politiche i governanti tedeschi hanno prodotto questo non-senso economico: perché hanno scelto di far crescere la loro stessa economia meno del potenziale (1,5% l’anno, in assenza d’inflazione), condizionando le altre economie europee al di là delle loro specifiche carenze strutturali interne. L’uscita dell’Inghilterra dall’Unione sarebbe gravissima. E’ tuttavia alimentata anche dall’idiosincrasia, storicamente non infondata, del popolo britannico per una Germania egemone in Europa.

Concludo sull’Italia, la Cenerentola.
Negli ultimi venticinque anni il Pil dell’Italia è rimasto, pro-capite, invariato. Guerre a parte, non era mai accaduto dal tempo di Cavour. Dopo le recessioni del 2008, del 2012 e di quella appena avviatasi l’economia italiana produce non più di quanto produceva nel 2004: quindici anni perduti…
Il ritorno alla crescita richiede più domanda globale e più produttività, sia del lavoro sia del capitale.
Per esprimerle, i dramatis personae sono due: le imprese e lo Stato.
La produttività ha ristagnato perchè le imprese dopo il deprezzamento della lira del 1992-1996 hanno tratto i profitti, spesso alti, non dalla produttività, ma dal cambio debole, dal salario moderato, dall’evasione fiscale, dai danari pubblici. La produttività non recupererà se l’attesa dei profitti “facili” continuerà a dissuadere le imprese, non stimolate dalla concorrenza, dall’accumulazione del capitale e dal progresso tecnico.
Per cercare consenso a breve i governi Berlusconi, Letta, Renzi, Gentiloni hanno in varia forma e misura trasferito e scialacquato danaro pubblico. Più in generale, lo Stato dovrebbe fare almeno sette “cose”, sinora non fatte. Avendole descritte in un libro recente mi limito a elencarle. Insieme, sono volte nel medio termine ad abbattere il debito pubblico, sostenere la domanda, promuovere la produttività:

  • Equilibrio di bilancio, con meno spese correnti diverse da quelle sociali e con meno evasione. Non occorrono imposte sul patrimonio, l’ultima difesa del benessere degli italiani.
  • Investimenti pubblici ad alto moltiplicatore in infrastrutture immateriali e fisiche utili alla vita dei cittadini e produttive.
  • Riscrittura del diritto dell’economia.
  • Imprese non più alimentate con danaro pubblico, e in competizione fra loro.
  • Correzione di una distribuzione del reddito altamente sperequata.
  • Rinnovata politica per il Sud, fondata sulle infrastrutture e sulla buona amministrazione.
  • Coordinamento della domanda globale fra i paesi europei, per la piena occupazione nell’area. I paesi in surplus dovrebbero aumentare gli investimenti pubblici, quelli in deficit limare le spese correnti.

Non pare che il governo Conte stia seguendo queste linee, al di là del 2,04…

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